Le emozioni nell’era 2.0

Alcune riflessioni su emozioni e “social”

Oggi viviamo in una società che ‘corre’ in cui l’essere veloci è divenuto un obiettivo da raggiungere, le distanze si sono accorciate, in poche ore si possono percorrere migliaia di chilometri, si può addirittura “essere” in un altro luogo, ad esempio attraverso le app di video-chiamata.

Tutto ciò offre dei vantaggi e delle possibilità che ieri potevamo solo immaginare e fantasticare attraverso libri e film di fantascienza. L’accesso immediato ad internet attraverso lo smartphone, nostro fedele compagno di vita senza il quale ci si sente un po’ sperduti, ci permette di avere nell’immediato informazioni di qualunque genere. Si ha la sensazione di poter conoscere tutto e subito, la sfera del ‘possibile’ appare pressoché illimitata.

Attraverso i cosiddetti ‘social’ (social media e social network) possiamo sperimentare le stesse sensazioni di facilità ed immediatezza anche all’interno delle relazioni, ambito invece piuttosto complesso e delicato.

Attraverso Facebook, WhatsApp, Instagram o Twitter, per citare solo i più comuni, si può condividere tutto – ma proprio tutto! – e subito. Anche le emozioni ‘corrono’ attraverso la loro condivisione immediata, spesso così velocemente da non lasciare il giusto tempo per poterle davvero sentire, riconoscere e vivere.

Penso che invece meritino maggiore considerazione, vale la pena trovare uno spazio per loro. Anche le emozioni ‘negative’, definite così perché creano uno stato di malessere generalizzato, ci dicono qualcosa di importante su noi stessi, non sono oggetti da buttar via, nascondere, dissimulare o, al contrario, agire indistintamente dietro uno schermo.

Quanto siamo capaci di ‘stare’ con le emozioni? Soprattutto con quelle più scomode, come rabbia, tristezza, paura, vergogna, solitudine…sappiamo riconoscerle davvero? Come le gestiamo?

Nella pratica terapeutica capita spesso di incontrare chi desidera fuggire dalle emozioni spiacevoli, cercando di ‘non pensare’, con notevole dispendio di energie in tal senso.

Penso sia importante restituire un nome, un significato ed uno spazio mentale alle emozioni, per aprire la possibilità di un confronto prima di tutto con se stessi, e poi anche con l’altro; per non rischiare di appiattire e semplificare un sentimento dietro una ‘emoticon’ per quanto simpatica o azzeccata ci possa sembrare.

Mi chiedo se non ci sia un forte bisogno di riconoscimento personale, di contatto con se stessi e di riscoperta della propria identità dietro questa affannosa condivisione a tutti i costi.

a cura della dott.ssa Sara Albini

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