Riflessioni sulla Stepchild adoption

Rilfessioni sul tema a cura della Dott.ssa Di Clemente.

In questi ultimi giorni sta diventando sempre più acceso il dibattito sulla possibilità, all’interno di coppie dello stesso sesso, di adottare legalmente gli eventuali figli biologi del partner.

Assistiamo ad un continuo proliferare di opinioni più o meno scientifiche su quanto l’attuazione di questa Legge possa causare danni nella crescita dei bambini.
Cominciamo col sottolineare forse l’unico aspetto positivo di questo gran “parlare”, cioè il fatto che si dia importanza ad una categoria sempre troppo spesso dimenticata, quella dei bambini appunto.

Ma purtroppo anche in questo caso sembra che non si parli per loro ma unicamente per strumentalizzarli con lo scopo di raggiungere gli obiettivi dei grandi.
Noi che quotidianamente ci confrontiamo con i bambini ci rendiamo conto di quanto il loro mondo interno sia vasto, di quanto abbiano comprensione di ciò che accade all’esterno e si creino per questo delle idee personali e sicuramente molto valide.
Certo questo non vuol dire che gli adulti non siano fondamentali per permettere un buon sviluppo psichico, ma appunto il loro ruolo deve essere quello di guidare e sostenere, non di strumentalizzare.

Ci ha molto colpito in questi giorni, guardando i numerosissimi programmi televisivi che affrontavano tale argomento, renderci conto che pochissimi hanno pensato di interpellare i bambini che già vivono con genitori dello stesso sesso, tanto che ormai questa Legge sembra essere diventata solo l’ennesimo campo di battaglia di una lotta di potere politico che poco ha a che vedere con, probabilmente, lo spirito con cui era nata.

Comunque, girando appunto tra i vari programmi, ci siamo imbattute in un servizio della trasmissione “Le Iene” che intervistava bambini con due mamme o due papà ponendo numerose domande sulla vita, l’amore, la felicità ….

“Sorprendentemente” (le virgolette sono messe appositamente per sottolineare l’ironia con cui è stato scelto tale avverbio), questi bambini hanno risposto in modo identico a quelli che vivevano in famiglie “normali”.
Come è potuto accadere ciò?
Semplicemente perché in questo dibattito non si è mai considerato un aspetto molto semplice ma forse non così chiaro ai più.

Freud ci ha spiegato praticamente tutto sullo sviluppo psichico dei bambini e ci ha fatto capire come sia importante l’ingresso del Padre nella diade Madre-Figlio, ingresso che permette al bambino di entrate nel mondo, di apprendere la Legge e il senso di realtà.
Agli occhi dei più inesperti questa analisi sembra convalidare la tesi degli oppositori della legge Cirinnà, ecco, appunto..

Serve una madre e un padre per crescere bene,  lo dice anche Freud.

Peccato che se il tutto fosse così semplice, allora sarebbero cresciuti con grandi disturbi psichici tutti quei bambini a cui per qualsiasi motivo fossero venuti a mancare il padre o la madre e, conseguentemente, nessun bambino con entrambi i genitori avrebbe sviluppato disagi psichici.

Purtroppo la pratica clinica ci insegna tutt’altro, il lavoro che facciamo nei nostri studi con bambini e adulti ci pone di fronte ad una realtà completamente diversa.
E questo avviene per un unico motivo: Freud non parlava di persone fisiche ma di funzioni che qualcuno doveva svolgere nella crescita di un bambino.

E così , anche nelle famiglie “normali”, la funzione del Padre può essere svolta da un nonno, uno zio, un insegnante, e lo stesso vale per quella della Madre. Freud, più di cento anni fa, quindi, aveva chiaro ciò che oggi sembra sfuggire ai più: non è il sembiante esterno che fa un essere umano Uomo o Donna, ma ciò di cui è interiormente portatore, delle funzioni maschile o femminile che sono fondamentali per lo sviluppo psichico di un bambino.

Mi ritornano in mente le parole di una paziente che, dopo la separazione dei suoi genitori, si è ritrovata a vivere con la madre e la sua nuova compagna.

Ha sempre sofferto molto per l’assenza del padre, purtroppo gravemente disturbato psichicamente, ma, parlando di questa compagna della madre disse: “Lei mi ha fatto da padre, sarei impazzita se non ci fosse stata, è l’unica che ha pensato a me”. Ed infatti, come dovrebbe fare un buon Padre, ha pensato ai suoi bisogni più reali, le ha permesso di studiare e le ha lasciato una casa in cui tuttora vive.

E’ per questo che forse in questo dibattito dovrebbero entrare di più figure come la nostra che si imbattono da sempre con famiglie “non convenzionali”, ma che sanno molto bene quanto una famiglia “normale” possa essere pericolosa.

Il tutto, quindi, secondo noi, si racchiude in una confusione di parole che però sta generando non pochi problemi: “figura” non è sinonimo di “funzione” e forse se si pensasse più a quest’ultima si sarebbero da sempre evitate molte sofferenze.

A cura della Dott.ssa Eleonora Clemente.

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