Giorni difficili, come parlare con i nostri figli…

In questi giorni, dopo i terribili attentati nella città di Parigi, come terapeuta mi trovo ad affrontare un momento delicato e difficile: da una parte diverse mamme mi chiamano per avere consigli su come affrontare quello che sta succedendo, dall’altra i bambini, in seduta, nonostante non abbiamo assistito a queste immagini, riportano, nel loro gioco, la paura e la guerra. Emozioni che avvertono attorno a loro e che hanno bisogno di esteriorizzare. Dovete ricordare che i bambini hanno una grande facilità a cogliere il linguaggio non verbale, ma non riescono a nominare e trasformare le emozioni che gli arrivano. L’unico linguaggio che i bambini conoscono sono il gioco ed il disegno.

Vi racconto brevemente quanto successo ad Aurora:

La sera dell’attentato a Parigi, una mia piccola paziente era intenta a guardare i cartoni animati. All’improvviso, la visione di un innocente cartone animato, viene interrotta per l’edizione speciale del telegiornale. In pochi secondi, la bambina, è stata sommersa da immagini forti, terrificanti, carichi di paura. La bambina è precipitata nell’orrore dell’attentato. Potete immaginare nella mente della bambina questo salto temporale e spaziale che effetti può produrre?

Aurora spaventata e confusa ha chiesto l’aiuto dei genitori per capire cosa fosse successo. La madre, anch’essa spaventata, ha dovuto affrontare la propria paura e tradurre le immagini alla figlia di appena 8 anni. Sono passati diversi giorni ed Aurora ancora vive nella paura. La reazione più naturale della bambina è stata di quella di disegnare, disegnare ed ancora disegnare, in modo ripetitivo, le immagini a cui si è confrontata.

Per noi adulti è difficile accettare che una bambina possa riprodurre nel disegno pistole e sangue.

Difficile accettare di dover spiegare la morte al di fuori del normale ciclo della vita.

Come affrontare questa difficile prova? Come spiegare queste immagini ai nostri figli? Come parlare con loro? come proteggerli?

Ecco alcuni consigli:

La prima regola, valida in ogni caso, è trovare il tempo per rispondere alle domande con calma e chiarezza: spesso succede che vengano a sapere cosa è successo da qualcuno fuori dall’ambiente familiare e i genitori devono riuscire a chiarire i dubbi e ad allontanare ansie e paure.

Ci sono strategie diverse per ogni età del bambino, per poter parlare efficacemente e raccontare quanto avvenuto a Parigi, trasformandolo in un’occasione di crescita prima di tutto per loro.

Per più piccoli, al di sotto dei cinque anni, che confondono i fatti con le paure è preferibile “limitare il più possibile l’accesso alle notizie”: rispondiamo alle domande, ma ricordando di non dare più dettagli di quanti non ne chiedano. Non è necessario scendere in dettagli, né utilizzare parole “eccessivamente drammatiche”; né, però, sviare le domande dei bambini. Possiamo dire che eventi come questi sono poco probabili per i bambini. Diciamo loro che sono al sicuro e che sono amati. Possiamo dire, inoltre, che “i cattivi sono stati presi”.

A quest’età, infatti, non hanno ancora imparato a distinguere pienamente tra realtà e paure, tra incubi e fatti reali, e potrebbero temere di perdere qualcosa nella loro vita. Conservate i piccoli riti domestici e rassicurateli che nulla cambia in casa, a scuola, nei rapporti con amici e familiari.

Con i bambini delle scuole elementari possiamo provare a rispondere alle loro domande perché la conoscenza allevia l’ansia ma con semplicità, senza l’utilizzo di terminologie specifiche (ISIS, terrorismo, ecc) e senza drammatizzazioni. Rassicurateli facendoli sentire amati e al sicuro, spiegando che i colpevoli sono stati catturati e puniti. E’ opportuno farli disegnare, senza dare un tema, e capire, così, quanto e come sono stati colpiti dall’evento. Se vediamo all’improvviso tanto nero, fuoco, persone a terra, è la spia che, in qualche modo, anche indiretto, l’evento li ha toccati nel profondo. Anche spingerli a fare qualcosa per aiutare gli altri può essere utile: piccole azioni che li facciano sentire utili, che sottolineino l’importanza di essere gentili, generosi, attenti.

Sempre e comunque vanno rassicurati, per quanto sia difficile. E la cosa principale resta dedicare loro del tempo, attenzione e ascolto. Il semplice fatto di passare del tempo con loro ha un effetto più rassicurante di molte parole.

Nel loro immaginario, infatti, le paure possono prendere dimensioni incontrollabili, trasformandosi in pensieri ossessivi e incubi notturni. In questo caso, se perdurano, meglio sentire uno specialista. Infine non cadere nella trappola che ci sono tutti i buoni da una parte e tutti i cattivi dall’altra e, soprattutto, attenti alle generalizzazioni che sono sempre sbagliate. Il rischio è che arrivi il messaggio che lo straniero o il diverso possa essere pericoloso. Così facendo si creano immotivate fobie nei confronti delle persone che li circondano.

I ragazzi delle scuole medie potrebbero anche sembrare indifferenti rispetto a questo tipo di accadimenti, e più che essere in grado di rispondere alle domande, per questa età è importante saper aiutare a elaborare la notizia. Ogni carattere, poi, esprimerà i propri sentimenti in maniera differente, l’importante sarà non tenerli dentro. Potete parlare di guerra, può far capire meglio perché un utilizzo di armi così massiccio, mentre invece trattare gli attentatori da “folli” rischia di creare confusione.

È probabile che gli adolescenti delle scuole superiori, grazie a internet e ai social network, ne sappiano molto più di voi. A questo punto, inutile nascondere l’evidenza, meglio parlare in termini di probabilità per rassicurare i ragazzi e comunque sapere che è importante approfondire il tema con un dialogo tra pari.

Dott.ssa Chiara Iannello

Dall’editoria:

La psicologa Silvia Vegetti Finzi, che con Rizzoli ha pubblicato recentemente “Una bambina senza stella”, ci aiuta a superare il momento con alcuni consigli. “Bisogna rispondere con altrettanta semplicità, nè troppi ragionamenti geopolitici nè far finta che non sia nulla, ma spiegare che anche se certi termini vengono ascoltati in tv o letti sul tablet non siamo in guerra. Ci possono essere attacchi di gruppi di fanatici che odiano, ma i leader si sono riuniti per trovare soluzioni per metterli nell’impossibilità di fare altri attentati. Una seconda cosa importante può essere prendere un atlante aggiornato e far vedere dove stanno combattendo, dove è il califfato; dare una dimensione di geografica di lontananza può calmare. Alla domanda più difficile, quella sui bombardamenti francesi in Siria, bisogna rispondere che i bambini sono tutti e sempre innocenti, che nessuno ha chiesto il loro parere, altrimenti avrebbero risposto che vogliono essere in pace. Diciamo ai nostri bambini che loro stessi devono essere l’esempio della convivenza: la scuola, con i compagni che arrivano ormai da tante parti del mondo, è la testimonianza di come si può vivere insieme pur nella diversità di cultura. Bisogna conoscersi e parlarsi, queste sono le nostre risposte alla barbarie. Per bambini intorno ai 10 anni è poi fondamentale sentirsi protetti, anche concretamente, per questo abbracciarli è la cosa migliore e più semplice che possiamo fare. E poi uscire, essere normali, la vita continua e dal dolore di questi giorni può nascere l’amore, come si è visto per le tante manifestazioni di partecipazione e cordoglio in tutto il mondo.

Pubblichiamo volentieri estratti di un suggerimento dalla redazione di “Quando suona la campanella” su come affrontare il tema terrorismo in classe.

Quando accadono avvenimenti tragici come quello di Parigi, come affrontare in classe temi scomodi come la guerra, il terrorismo, la morte? Non è facile, soprattutto se le classi sono quelle della scuola elementare, ma il problema dobbiamo porcelo.

I bambini e le bambine difficilmente arrivano a scuola senza sapere nulla. Ogni giorno sentono e ascoltano ciò che accade nel mondo, spesso attraverso immagini crude e certamente non filtrate trasmesse dalla televisione o attraverso i dialoghi degli adulti. Arrivano a scuola sapendo che è accaduto qualcosa di enorme, qualcosa che ha prodotto su di loro effetti potenti a livello emotivo, anche se filtrati dai grandi.

Come insegnanti allora ci chiediamo cosa fare. O cosa non fare.

Non bisogna obbligarli a parlarne, non bisogna obbligarli a tacerne.

La classe è la comunità sociale protetta in cui hanno la possibilità di dire quello che hanno sentito, quello che hanno provato, quello che hanno compreso attraverso il loro punto di vista sul mondo. Non si tratta di una comprensione – specie per i più piccoli – costruita sulla conoscenza dei presupposti e degli eventi, bensì di un’immagine emotiva che prova a dare un senso a ciò che è accaduto, magari anche solamente per rimuoverlo con più efficacia per non averne paura, neutralizzandone le angosce; si sono fatti un’idea.
Il ruolo dell’insegnante è di comprendere se e quanto è forte il bisogno di buttare fuori, di mettere in comune con gli altri ciò che hanno visto e provato. Se questo bisogno viene riconosciuto, l’insegnante ha il compito di regolare il dialogo in modo che questo confronto avvenga nella maniera più comprensiva e calma possibile, di abbassarne i toni emotivi, di aiutare i bambini a tradurre ciò che vogliono esprimere e raccontare in modo che queste impressioni divengano patrimonio ragionato della classe.

È importante anche che il bisogno di parlarne di alcuni non diventi l’obbligo di ascolto per altri che non si sentono pronti: la classe è uno spazio sociale in cui la partecipazione emotiva non può essere obbligata; non è facile per noi insegnanti, ma occorre andare incontro al bisogno di discussione ed elaborazione degli uni senza forzare il bisogno di silenzio di altri.

Non si tratta di spiegare ai bambini la giusta visione della realtà, quanto di ricondurre le loro osservazioni ai principi generali di rispetto delle diversità – religiose, culturali, di qualsiasi tipo – come motori e fondamenti del nostro modo di guardare al mondo.

È in queste circostanze che la classe può divenire una microsocietà dialogante che rappresenta – nei fatti – l’opposto del terrorismo, della guerra, del razzismo. Nella scuola elementare nessun insegnante ha il compito di fornire strumenti disciplinari di comprensione a breve termine di ciò che è accaduto (questi si sviluppano giorno per giorno lungo gli anni, e spesso ancora lasciano gli adulti privi di risposte). Se l’insegnante ha la capacità di offrire a chi ne ha bisogno la possibilità della discussione, dell’espressione dei pesi inespressi, della comunicazione “catartica” (se possiamo usare questo termine), allora la scuola diviene uno spazio di resistenza contro ogni fondamentalismo e di costruzione della società di domani.

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