Disabilità…diversità?

Dalle parole alle opportunità

Nel linguaggio di uso comune ci troviamo spesso a sentire parole come: diversamente abile, invalido, handicappato, disabile, etc… Le parole sono molto importanti e andrebbero usate con consapevolezza e rispetto verso l’Altro, l’altro come persona e non come condizione di quella persona, quindi preferirei parlare di persona con disabilità.

Cerchiamo innanzitutto di capire cosa significa “disabilità” e se viene usata nel modo corretto, spesso quando sentiamo questa parola la colleghiamo a qualcuno che è diverso… Diverso da chi? Da cosa? In che modo?

In realtà ogni essere umano è unico e diverso dall’Altro, ciascuno di noi infatti porta con sé un mondo e dei vissuti personali che lo rendono speciale, perciò diverso rispetto a ciò o a chi è “Altro” da noi.

Le diverse abilità di cui ogni uomo è portatore fanno parte dei limiti di ciascuna persona e questi non possono essere misura della dignità umana, anche il più debole deve avere la possibilità di dare alla sua vita lo stesso significato che ciascuno vuol dare alla propria. Quindi abile e disabile sono due categorie legate da una continuità che marca le differenze solo quando queste diventano evidenti e creano un ostacolo all’ordinaria vita sociale.

Ciascuno di noi è al contempo abile e disabile rispetto all’altro ma solo quando la disabilità crea ostacoli allo svolgimento delle normali attività quotidiane si prefigura nella visione collettiva la categoria di persona disabile.

“Quella che oggi si chiama disabilità è una condizione sociale, biologica ed esistenziale sempre esistita nella storia dell’umanità- scrive Matteo Schianchi nel suo libro “Storia della disabilità” – Le persone con disabilità non sono sempre state considerate e trattate nello stesso modo. Nelle diverse epoche si modificano le paure e i pregiudizi, le forme di stigmatizzazione di cui sono stati oggetto i disabili, i trattamenti sociali e i discorsi costruiti attorno a essi”.

Il concetto di paure e pregiudizi di cui parla l’autore fa riflettere sulle reazioni più comuni che si hanno di fronte ad una persona con disabilità: pena, diniego, tristezza, allontanamento, paura e dolore. Guardando un uomo in carrozzina si pensa:”poverino”, nessuno invece pensa che per lui quello è un mezzo di mobilità, di autonomia, di libertà che lo aiuta e non lo limita.

Solo un’esperienza di vita condivisa fra abili e disabili può creare le condizioni di un corretto inserimento delle persone con disabilità nel tessuto sociale con un ruolo che non può essere quello da emarginati; queste vanno aiutate a recuperare le potenzialità inespresse, a confrontarsi con modalità operative appropriate, a realizzarsi in attività a loro consone, a sentire il senso ed il valore del loro fare, in una condizione di autostima che li faccia sentire a pieno titolo soggetti attivi e protagonisti all’interno del tessuto sociale in cui vivono.

A questo proposito sono nati numerosi progetti che, attraverso l’inserimento sociale e territoriale, promuovono il miglioramento della qualità di vita di queste persone dando loro un’opportunità, anche se purtroppo può essere rivolta solo a specifici tipi di disabilità e non a tutti perché questo è un campo molto vasto, difficile e diversificato. Porto l’esempio di alcuni progetti rivolti alle persone con sindrome di Down, che a mio avviso sono davvero interessanti, ed hanno come obiettivo quello di far cessare l’idea secondo cui una persona con disabilità è sempre e solo un soggetto passivo, infatti in queste realtà i ragazzi sono stimolati e aiutati a guardare al loro futuro senza timore, animati da una nuova speranza di riscatto e sono chiamati a farsi essi stessi protagonisti di questa nuova dimensione esistenziale.

Ciascuna persona con disabilità può e deve diventare un soggetto socialmente attivo e perché questo si realizzi bisogna iniziare a guardare a loro in maniera attiva, senza pietismo alcuno, come risorse positive per il singolo e l’intera comunità sociale.

Possiamo quindi intendere la diversità non più come un limite e un ostacolo quanto piuttosto come un valore aggiunto, una risorsa in termini di crescita individuale e sociale e di arricchimento interiore per tutti noi.

a cura della dott.ssa Federica Leonardi

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